Ritorno a casa
Ovvero, l’agognato ritorno a casa! Sempre combattuti tra il desiderio di iniziare una vita normale con nostro figlio o con i nostri figli e la paura di lasciare l’ambiente ospedaliero, così asettico ed estraneo, ma così rassicurante dal punto di vista medico, aspettiamo con ansia e gioia il fatidico momento del rientro tra le mura domestiche, inizio di un percorso molto diverso da quello vissuto in ospedale: siamo finalmente solo noi a prenderci cura dei nostri bimbi, una grande gioia, anche una grande fatica ed una grande paura, ma come gestire l’enorme responsabilità di sorvegliare la loro crescita?
Una prima reazione molto comune ed umana è tentare di inquadrare i nostri bambini in schemi, orari, tappe di crescita perché, dopo l’esperienza vissuta, abbiamo bisogno di rassicurazioni sul fatto che tutto stia procedendo nel modo migliore possibile e sorvegliamo accuratamente i loro progressi in modo da poterli aiutare a superare eventuali difficoltà.
Un adeguato controllo medico è naturalmente fondamentale per garantire un buon sviluppo psico-fisico dei nostri piccoli, ma altrettanto importante è porsi di fronte a loro in modo aperto, senza troppi condizionamenti, pronti a conoscere il loro temperamento ed il loro modo di essere come avremmo fatto se fossero nati a termine e non fossero stati ricoverati in ospedale.
Facile a dirsi… ma che fatica! L’apprensione nei primi giorni di vita è già tanta per i genitori che hanno vissuto serenamente la gioia della nascita dei loro piccoli, figuriamoci per chi ha visto suo figlio ricoverato in un reparto di terapia intensiva neonatale!
Ogni minimo dettaglio che si discosti dalla “tabella di marcia” indicata dai medici, pensata dai genitori o seguita da altri bimbi con la stessa “storia” alle spalle è subito analizzato, vagliato, soppesato e tutto sembra la spia di un problema, reale o irreale, conosciuto o sconosciuto.
Purtroppo le circostanze difficili in cui è iniziata la relazione genitore-bambino non aiutano certo a mantenere la serenità e l’obiettività necessarie in questo momento ed il bisogno di certezze, rappresentato dal procedere delle cose come previsto dai medici, impedisce molto spesso di vedere nei segnali che ci lancia il bimbo, i tratti del suo temperamento, già così formato e definito anche dopo solo qualche settimana di vita.
Un esempio pratico: il bimbo aumenta costantemente di peso, ma si ostina a fare solo 7 pasti e a rifiutare l’ottavo pasto notturno previsto al momento della dimissione? La mamma di un bimbo a termine sarebbe solo felice di poter dormire più a lungo, mentre la madre di un bambino prematuro sarà incerta: rispetto i suoi tempi, o lo sveglio per seguire le indicazioni ricevute?
Le persone che ruotano attorno alla neo-mamma suggeriranno di adeguarsi ai ritmi decisi dal bimbo, visto l’andamento di crescita positivo, ma molto spesso la mamma percepisce il suo piccolo come diverso dagli altri neonati perché prematuro e dunque le indicazioni ed i suggerimenti delle altre mamme sono difficilmente ritenuti validi.
E’ molto difficile imparare a conoscere il proprio bimbo cercando di mantenere il giusto equilibrio tra il controllo medico della sua crescita e il rispetto del suo temperamento e delle sue abitudini: il trauma dell’esperienza subita e la paura per il futuro, molte volte così incerto, minano alla base l’istinto materno, così importante per stabilire un rapporto di empatia con il proprio cucciolo.
Conoscere il proprio neonato permetterà di capire al meglio i suoi ritmi di crescita (c’è chi cresce costantemente tutti i giorni di peso, c’è chi alterna crescite e momenti di stasi), il suo appetito (c’è chi mangia poco e spesso, c’è chi si ingozza di latte per poi dormire a lungo), le abitudini riguardo al sonno, le reazioni in presenza di estranei, insomma, il modo di essere che caratterizza ogni bimbo e che permette di interpretare al meglio i segnali che ci manda.
Ileana Pupa Filippi