Io e Vittoria
Intervento scritto seguito da relazione orale effettuati nell’ambito del progetto "Grandi passi per piccoli Pulcini" nei due moduli da tre lezioni ciascuno tenute presso la Clinica Pediatrica dell’Ospedale di Padova il 16,17, 31 marzo e 13, 14, 28 aprile 2007. Dal punto di vista dei genitori.
Sono Stefania, la mamma di Riccardo e Vittoria.
Mentre Riccardo quando è nato pesava 3.500 grammi ed era un bambino rotondo e paffuto, Vittoria misurava appena 30 centimetri, aveva la testa non più grande di una pallina da tennis ed era l’essere in assoluto più fragile ed indifeso che avessi mai visto.
Partecipo a questi incontri di formazione ben felice di offrire la mia testimonianza di mamma di una bimba “prematura” nata prima della 28^ settimana di gestazione, specificando che il mio vuole essere un contributo del tutto a-tecnico, privo di qualsiasi riferimento scientifico o medico, se non quelli strettamente necessari a descrivere la condizione di Vittoria al momento della nascita.
Lo scopo che mi spinge a dar voce a quelle che sono state le mie emozioni durante questo viaggio iniziato 5 anni fa è quello da un lato di far capire agli insegnanti cosa vuol dire partorire dei bambini due-tre-quattro mesi prima della data presunta; dall’altro far sapere ai genitori che non sono da soli e che tutti i sentimenti – finanche quelli che ci appaiono negativi – sono stati già vissuti, già provati e per la maggior parte dei casi superati.
Premetto che mi concentrerò sulla prima parte della vita di Vittoria, quella inerente la sua nascita, la permanenza in ospedale e le dimissioni. L’impatto con il reparto di patologia neonatale è stato tremendo, allucinante, fortissimo: comunque mai come quello che mi ha causato la vista di Vittoria.
Ciò che mi saltava all’occhio in quel momento era il suo aspetto: la vedevo brutta (e lo è stata per molto tempo dopo il ritorno a casa), non sapendo ancora come questa bruttezza nascondesse in realtà il fatto che secondo me non fosse ancora finita, fosse incompleta.
Semplicemente io stessa non ero pronta a vivere una nuova nascita e non ero nemmeno stata informata, a grandi linee, sul significato delle parole “parto prematuro”: ho realizzato più tardi che ogni bambino prematuro porta con sé una mamma prematura, un papà prematuro e un fratello prematuro.
E’ molto difficile diventare e soprattutto sentirsi genitori attraverso una culla termica: un processo che di solito è vissuto armoniosamente e con gioia, deve invece avvenire all’improvviso, con la mediazione forzata di medici e operatori sanitari e soprattutto senza quel contatto fra madre e neonato che invece è fondamentale.
Agli educatori e alle persone in genere che si trovano a stretto contatto con i bambini voglio solo accennare cosa significa essere un neonato sotto il chilo: questo potrà loro essere di aiuto quando dovranno interagire con i genitori che avranno vissuto una simile esperienza.
Significa mangiare pochissimi grammi di latte al giorno, crescere così lentamente da non poter nemmeno registrare alcuna variazione di peso, non potere a volte mantenere attive due funzioni contemporaneamente: o si mangia o si respira.
Significa avere il corpicino pieno di tubi, gli occhi stanchi, i movimenti scoordinati, la pelle talmente sottile che tua madre può distinguere le vene dalle arterie.
Significa quel rumore ossessivo dei monitor, quella lampada violetta che ti prosciuga dai liquidi, il sondino ombelicale che ti nutre, il saturimetro attaccato al piede, la flebo puntata in testa, gli “occhialini” infilati nel naso.
Significa essere monitorato, osservato, pesato, misurato, sottoposto ad ecografie, TAC, esame degli occhi, dell’udito ecc. ad un ritmo molto frequente.
Significa poi far trascorrere un anno intero prima di capire che il tocco di una mano può essere anche piacevole e darti carezze, solletico e tenerezza.
Tali sensazioni impresse in maniera indelebile nell’anima hanno comportato per me necessariamente un diverso modo di rapportarmi con la vita in genere.
Ho sempre posto mille domande: di alcune non avrò mai la risposta (esempio Vittoria sarebbe stata così anche se fosse nata a termine), di altre la troverò cammin facendo.
Ho anche chiesto un po’ di pazienza alle persone che mi circondavano: alle insegnanti sarò sembrata eccessiva?, alle amiche apprensiva ? ai parenti stressata ?
Francamente non mi interessa come gli altri mi hanno giudicata e ancora adesso mi giudichino: avevo un problema e l’ho risolto nel modo che ho ritenuto opportuno.
Sarebbe comodo una volta passato il momento critico poter dimenticare le difficoltà con un colpo di spugna: io però sono contenta di ricordare tutto, perché altrimenti mi sembrerebbe di avere sprecato un bagaglio di ricchezza.
Con Vittoria infatti sono cresciuta come mamma perché ho capito che non tutto può essere programmato e preimpostato, come cittadino che ha maggiore consapevolezza della fortuna di vivere in un paese dove la scienza più innovativa è alla portata di tutti, come cristiana che ha ricevuto un’enorme lezione di umiltà, come persona che in una società dove tutti fanno e fanno velocemente, ha avuto la possibilità di stare, di stare ad aspettare, di essere.
Il messaggio finale che vorrei dare è questo: non esiste un modo giusto o sbagliato per reagire, delle emozioni appropriate e dei sentimenti innominabili.
Il consiglio che posso dare, se mi è permesso, è quello di non sentirsi in colpa per troppo tempo: quando vado in reparto a parlare con chi si trova in difficoltà vedo purtroppo tanta tristezza negli occhi delle mamme (perché questo è un viaggio ancora tutto al femminile), si sentono fallite, inadeguate, vinte per il fatto di non essere riuscite a proteggere il loro bambino nove mesi interi.
In realtà io penso semplicemente che i papà e le mamme dei bimbi prematuri abbiano avuto solo un modo sicuramente più traumatico, impegnativo per essere pur sempre dei genitori… dei genitori di bambini dalla pelle sottile sottile.
Stefania Faggian Faraon